lunedì 31 marzo 2014

I MIGRANTI DEL CONTINENTE AFRICANO: UNA PIAGA INSOLUTA CHE GENERA TRAGEDIE


I MIGRANTI DEL CONTINENTE AFRICANO: UNA PIAGA INSOLUTA  CHE GENERA TRAGEDIE

 

Le notizie che oggi ci giungono sempre più tragiche ed allarmanti dalle sponde del Mediterraneo, dai confini meridionali della Sicilia ed in particolare dall’isola di Lampedusa a proposito dell’inabissamento delle cosiddette “Carrette del mare” e dell’annegamento di centinaia di migranti provocano sgomento e nel contempo una sensazione di impotenza data la vastità del fenomeno che colpisce così tante persone in cerca di un riparo dalla miseria più nera, dalla mancanza di libertà, da guerre senza fine in definitiva popolazioni senza un barlume di speranza in un futuro più accettabile. Sono persone disperate di ogni età, anche bambini molto piccoli, che vengono sottoposti durante il tentativo di migrazione dalle loro terre di origine ad angherie, soprusi e violenze di ogni tipo (soprattutto per quanto riguarda le donne) da parte di personaggi criminali senza scrupoli che, in cambio di cifre esorbitanti, promettono un rifugio insperato verso le coste europee attraverso viaggi insicuri che in definitiva si traducono in veri e propri calvari su imbarcazioni prive di qualsiasi elementare confort e molto antiquate sul piano della tecnologia di navigazione.

   I migranti fuggono dalle loro patrie che un tempo furono terre di conquista da parte di alcuni stati europei che, in nome di un’idea di dominio smisurato, imposero con la forza politiche basate sullo  sfruttamento e sul controllo economico illimitato. Questo tipo di espansionismo irriducibile si trasformò in una forma di imperialismo che si tradusse in  una tendenza all’allargamento dei propri confini d’oltremare e nel contempo nell’imposizione di eventuali sbocchi commerciali alle proprie produzioni. Tali politiche contribuirono a trasformare la popolazione locale in un insieme di esseri umani privi di ogni diritto. Pertanto la loro fuga oggi non ha alternative, ma è sollecitata soprattutto da quell’innato istinto di sopravvivenza presente in ogni essere vivente. La necessità di tale scelta è così grande che mettono in gioco la loro identità, il loro senso di appartenenza e perfino una  loro  eventuale tragica fine. Tale forzata migrazione verso l’Europa, che risulta essere un vero e proprio Exodus non nasce per caso, ma ha delle precise origini  nel passato. L’Europa ed in particolar modo l’Italia  dalla fine dell’ottocento e fino agli anni ’30 del  secolo scorso, a causa dell’eccedenza della popolazione e per una conseguente grave crisi di posti di lavoro  dovuta alla nascente rivoluzione industriale  il tutto associato  a disordini sociali e da malcontenti insanabili, avevano bisogno di uno spazio vitale maggiore dove trasferire un  certo numero di persone al fine di risanare questo squilibrio demografico. Questa politica di conquista  non presentò un volto umano né un fine modernizzatore al contrario  considerò i popoli soggiogati,   a torto, esseri inferiori e pertanto   furono impiegati nei  lavori più umili e più faticosi in cambio di modeste ricompense salariali e fu imposto a loro di vivere in abitazioni primitive nei sobborghi più periferici delle  città; non furono  offerti   i mezzi per acculturarsi e per progredire nella scala sociale, né per rinsaldare il senso di appartenenza alla loro terra e alla loro bandiera, in breve fu negata ogni integrazione sociale; tutto ciò si tramutò in una assenza completa di promozione umana.  Qualche storico dell’epoca continua a riferire enfaticamente a proposito dei  miglioramenti apportati dai colonizzatori di allora alle infrastrutture dei luoghi di approdo come ad esempio: la costruzione di ponti, di strade, di ferrovie, di ospedali, di scuole; se queste migliorie furono realizzate  certamente  furono scarsamente  al servizio della popolazione locale. Questa politica colonizzatrice  esercitata per decenni  si esaurì progressivamente con la fine della seconda guerra mondiale. Ciò fu dovuto sia ad un indebolimento economico post-bellico  delle grandi potenze europee sia alla pubblicazione della cosiddetta “Carta Atlantica” dettata da W. Churchill e da F. D. Roosvelt in cui si enunciava il diritto di autodeterminazione  di tutti popoli sottoposti a dominazione straniera e la conseguente affermazione universale dei diritti di libertà.

Come si è visto  la politica coloniale in tanti anni  non soltanto non aveva creato alcun progresso tangibile nella vita di milioni di persone, ma lasciava anche in eredità molteplici problemi di grave sottosviluppo aggravati  dai meccanismi dell’economia mondiale; il tutto  in definitiva aveva reso difficile non soltanto la nascita dell’indipendenza africana ma anche  la creazione di Nazionalità distinte ed autonome. A peggiorare questa problematica  si associava la multiforme  etnia dei vari popoli africani, l’importanza  sul piano economico della loro  residenza in aree costiere o dell’entroterra in una stessa regione, la presenza di fedi religiose diverse  oltre ad una esplosione demografica  gigantesca e senza precedenti dovuta ad un mancato controllo delle nascite; a conferma di ciò basta ricordare  che la popolazione africana nel 1970 era di 400 milioni e ai giorni nostri sfiora il miliardo.

Date queste premesse si può dire tranquillamente che le migrazioni massicce dei nostri giorni non si possono definire spostamenti biblici, ma sono invece legate a pregresse  politiche  non lungimiranti che non hanno favorito una promozione umana civilizzatrice, ma al contrario hanno permesso situazioni ambientali invivibili, precarie condizioni sociali, miseria per scarsità di lavoro, un’assenza di scolarità,  una sanità pubblica inesistente o quantomeno di cattiva qualità e certamente non gratuita nei riguardi delle persone senza reddito; a completare questo  quadro tragico  anche oggi in assenza di democrazia vengono inflitti persecuzioni e carcere per chi si ribella in un clima di  guerre fratricide senza fine.

    Sono tutti questi elementi che oggi  fanno emergere nei popoli africani  il forte desiderio di libertà che si traduce in una decisione irrefrenabile di fuga riponendo ogni loro speranza nelle traversate del  Sahara e del Mediterraneo organizzate  da  bande di criminali a cui per necessità  si affidano quotidianamente  con i risultati tragici che sono sotto gli occhi di tutti. Da quanto sopraesposto  è logico definire queste migrazioni di massa un fenomeno fisiologico, storicamente giustificato ed attualmente  ineluttabile, altro che definirlo illegale e sanabile con l’incarceramento  di questi malcapitati e di chi, mosso da sentimenti di solidarietà umana, offre in mare un aiuto per salvare la loro vita. Al contrario dovrebbero trovare calda accoglienza e in quanto profughi, nella maggior parte di essi, hanno il diritto internazionalmente riconosciuto di essere considerati rifugiati politici  provenendo da paesi governati da dittature in perenne stato di guerra. L’Italia in primis e tutta l’Europa si devono far carico di risolvere questo grave problema che attualmente esiste e di cui esse stesse ne sono l’origine. L’Europa in particolare non  può tirarsi fuori ignorando il fenomeno migratorio e affermando che è soltanto un problema italiano. Prima di tutto perché l’Italia fa parte della Comunità Europea, ma anche perché molti stati europei in un passato recente svolsero una politica colonizzatrice in Africa  che si caratterizzò per lo sfruttamento delle terre conquistate in assenza di una promozione sociale per la popolazione di allora. Se i governi europei fossero oggi lungimiranti, allo scopo  di ridurre il fenomeno migratorio, dovrebbero concorrere tutti allo sviluppo dei Paesi africani invece di  lasciarli vivere nella miseria  negando ogni evidenza storica. Soltanto in questo modo il Mediterraneo cesserebbe di  essere    la tomba di milioni di disperati e  tornerebbe  ad essere  un confine sicuro e naturale per l’Europa intera oltre che  il Mare Nostrum culla da sempre di civiltà e di progresso.

     

 

 

LA MALATTIA DI ALZHEIMER: UNA DIAGNOSI PRECOCE PUO’


 
Avendo  conosciuto  indirettamente il dramma di chi è affetto dalla Malattia di Alzheimer sento la necessità di rendere nota  l’importanza di una sua diagnosi  precoce al fine di impedire  che la stessa  con il tempo  si manifesti in tutta la sua gravità, perché in tal caso l’irreversibilità diventerebbe la regola.  L’Alzheimer,  inserita dall’OMS tra le priorita’ globali  della Sanita’ pubblica mondiale,  anche per l’alto costo per le casse degli Stati (circa 650 miliardi di dollari l’anno), nella sua forma avanzata può essere definita una grave degenerazione di alcune aree  cerebrali che si manifesta clinicamente con  una grave demenza caratterizzata dalla perdita della memoria a breve e lungo termine, dalla riduzione del pensiero e del potere cognitivo, dallo spegnersi dei rapporti interpersonali che condannano il malato a vivere un’esistenza  di tipo vegetativo.

  Gli studi specifici sull’argomento  hanno evidenziato che i meccanismi che portano alla malattia conclamata iniziano  anche  venti anni prima che si instauri  una grave  riduzione del potere cognitivo.

  Non essendo oggi disponibile una terapia efficace, è importante  orientarsi verso la sua prevenzione o quanto meno verso lo spostamento della sua insorgenza possibilmente  più avanti nel tempo, ricordando di non considerarla un fenomeno ineluttabile della vecchiaia e quindi un prezzo da pagare per la nostra eventuale longevità. Pertanto la Scienza Medica, avendo molti anni a disposizione prima dell’instaurarsi della tragica e definitiva  situazione clinica,  può mettere in atto dei provvedimenti diagnostici clinici e strumentali  che ne permettano la scoperta  al suo  esordio peraltro poco sintomatico (a parte la presenza di una saltuaria smemoratezza) e insieme predisporre presidi comportamentali validati sul piano scientifico contro  l’evolversi della malattia quali: l’adozione di una  alimentazione corretta “Golden Standard”  per il cervello in associazione all’esercizio fisico costante, alla pratica  di  attività utili per socializzare,  di attività  cognitive  come letture, ascolto della musica, la soluzione di rebus ed infine di attività ricreative come il ballo, lo sport,  il  gioco e l’ascolto o la visione di   programmi  e spettacoli  formativi non stressanti.

   Dal punto di vista anatomico l’elemento  che caratterizza la malattia è la formazione di accumuli (Placche) di una sostanza di natura proteica chiamata  Beta-amiloide che si deposita tra le cellule nervose  inglobando le relative fibre, dapprima localizzate in un’area del cervello chiamata Ippocampo  che ha un ruolo nel consolidamento della Memoria a breve e a  lungo termine, quindi  anche a livello della corteccia cerebrale parietale, che è  deputata tra l’altro a fornire l’orientamento temporo-spaziale del  paziente. Tale sostanza risulta estremamente tossica  per le suddette cellule nervose in quanto  provoca il rilascio di sostanze ossidanti che alterano la chimica che presiede alla loro vitalità. La stessa promuove una  modificazione strutturale di una seconda proteina   denominata “Proteina Tau”  che   distrugge l’impalcatura   cellulare   lasciando come esito anomali grovigli cicatriziali. Il risultato è la  riduzione della comunicazione intercellulare che è  alla base dei vari disturbi presentati dai pazienti.

  Sfruttando l’importanza di queste due sostanze come elementi causali  si è visto che a scopo diagnostico è possibile dosarli nel Liquor mediante una semplice puntura lombare; una riduzione della prima ed un aumento della seconda rappresentano un primo approccio per formulare la diagnosi. Inoltre poiché  nel 25% dei pazienti  la causa è ereditaria,  può essere utile effettuare  un test specifico del Dna. Nella forma più frequente che compare  (dopo i 65 anni) si è scoperto che esiste nel Cromosoma 19 un Gene anomalo denominato ApoE-4 capace di produrre una particolare proteina che unendosi alla Beta-amiloide la rende più  tossica: questo dato genetico  può rappresentare un ulteriore campanello d’allarme, ma  non una certezza che la malattia possa instaurarsi perchè questo gene può essere disattivato con l’esercizio fisico o con la somministrazione di potenti antiossidanti come la vitamina E (Neal D.  Barnard, 2013)

   Un altro modo  per diagnosticarre tale malattia  è l’impiego della “Neuro Imaging”; il cervello può essere sottoposto  a scansioni con esami strumentali   come  la Risonanza Magnetica, la Spect e  la Pet:  la prima permette lo studio accurato della Struttura del tessuto cerebrale evidenziando  una riduzione di volume dell’Ippocampo  e gli iniziali depositi della Beta-amiloide; con la Spect si rileva  una  riduzione dell’afflusso di sangue e  con la Pet  una  diminuzione del metabolismo a livello della suddetta area (ambedue segni tipici iniziali di tale malattia).

 E’ auspicabile che lo sforzo di sensibilizzazione  per far  conoscere sempre meglio  la Demenza di Alzheimer possa portare  ad un suo riscontro diagnostico precoce   quando i danni risultano lievi e quindi compensabili. Purtroppo quando si è verificata la diffusione in altri  distretti cerebrali per un ritardo di diagnosi ogni tentativo riabilitativo  risulta scarsamente  efficace.  Oggi poiché  non esistono  farmaci  validi  (scarsi i miglioramenti, mai la guarigione) senza pesanti effetti collaterali  è necessario ricorrere a metodi terapeutici naturali che sono noti da sempre   per mantenere in salute il cervello.  Faccio riferimento ad un cambio di direzione dell’alimentazione attualmente orientata sull’uso esagerato di cibi pieni di grassi saturi (carni e latticini di ogni tipologia e di ogni provenienza) in quanto risultano svolgere un’attività pro-infiammatoria che rappresenta un’ulteriore concausa della demenza. L’adozione della Dieta Mediterranea al contrario  rappresenta un buona scelta  per limitare i danni di un Alzheimer incipiente in quanto ricca di Acidi grassi essenziali  (gli omega-3 che  per il 60% risultano essere i componenti delle strutture cerebrali),  di frutta fresca e secca e di verdure  che contengono  tutte le  vitamine ben 18  (in particolare: E, B12, B6, Acido folico) e tutti  micronutrienti  naturali (ben sedici) come il cromo ,lo zinco, il rame e molti altri che risultano essenziali per accelerare  il metabolismo e  la disintossicazione quotidiana  mantenendo  in perfetto equilibrio tutte le funzioni cerebrali. Peraltro è necessario bandire, perché non assimilabili,  questi ultimi microelementi confezionati in laboratorio.  Mi chiedo come è possibile oggi alimentandosi in maniera scriteriata vivere in salute? E’ necessaria  una dieta più armonizzata con la natura per impedire o  rallentare, se presente,  un incipiente  declino cognitivo.

    Un altro pilastro da adottare per la prevenzione o per impedire l’aggravamento di questa malattia  è l’Esercizio fisico (almeno un’ora di cammino più volte a settimana); esso  migliora la circolazione,  la nutrizione del cervello, tenendo anche sotto controllo la pressione arteriosa, il peso corporeo,  oltre ad   incrementare  la produzione di una sostanza denominata BDNF (fattore neurotrofico cerebrale) che favorisce la costruzione di nuove sinapsi e svolge un’azione protettiva e rivitalizzante  verso le cellule nervose.

  Oltre all’esercizio fisico risulta essenziale  anche l’esercizio mentale. L’Informatica per favorirlo  ha messo a punto  programmi di addestramento allo scopo di incrementare la  Riserva Cognitiva, un sistema moderno  per rafforzare la memoria. In breve più nella nostra vita stimoliamo naturalmente o con programmi adeguati la nostra mente più costruiamo delle interconnessioni cerebrali che prenderanno il posto di quelle che in futuro saranno perdute  in corso di un eventuale  deterioramento mentale.  Più siamo ricchi di sinapsi più possiamo far fronte ad un futura disfunzione cerebrale. Non necessita essere dei super scienziati   per avere una Riserva cognitiva adeguata,  basta una base scolastica  pregressa ampliata  da vari interessi e da semplici esercizi per mantenere fluida la nostra memoria e per allargare il nostro sapere. L’inattività crea la ruggine che non è un termine  pleonastico, ma  un fatto reale;  nel nostro caso è rappresentata  dalla Beta-amiloide.

 Il nostro cervello è simile ad un prototipo di una macchina che lasciato a lungo  a riposo  stenta  a rimettersi in moto. Ci si salva dall’Alzheimer soltanto se si coltivano interessi  anche al di fuori dell’ambiente di lavoro, se si rifugge l’isolamento  rapportandosi fattivamente con chi ci vive accanto.  Oggi,  soltanto una diagnosi precoce e l’accettazione di uno stile di vita secondo natura può tenere lontano almeno le gravi conseguenze di questa malattia; la speranza  di tutti è che ulteriori conoscenze possano rendere  il   futuro  libero   dall’Alzheimer, ritenuto fino ad oggi universalmente un vero e proprio flagello dell’umanità.

        

PER UNA MEDICINA CHE SIA CENTRATA SULLA PERSONA


 
Dal titolo di questo mio scritto si evince un concetto scontato cioè quello di considerare in ogni campo e in ogni attività  l’uomo come Persona in tutta la sua interezza;  purtroppo da molto tempo non viene data a tale asserzione  il giusto rilievo da parte anche della Medicina ufficiale che al contrario nella sua pratica generalmente pone come fondamento diagnostico e terapeutico la tecnologia che la scienza le mette sempre più a disposizione e nel contempo si interessa poco dell’Uomo in toto  come persona.

  Si preferisce esaminare il malato per via analitica attraverso i risultati di vari esami di laboratorio, attraverso esami strumentali tra i più sofisticati oppure attraverso test genetici, mettendo in secondo piano il rapporto personalizzato tra medico e paziente che nei tempi passati era considerato basilare ai fini del raggiungimento di un risultato curativo più o meno stabile. Tale rapporto non dovrebbe  rappresentare  soltanto un principio etico, perché   nell’ esperienza di tutti i giorni si è dimostrato  un fattore terapeutico essenziale come d’altra parte la Psicologia clinica insegna. In assenza di questa componente umana la figura del medico rischia di diventare astratta  in quanto viene data molta importanza, in un evento patologico, allo stato psico-fisico dell’ ”Essere malato” trascurando quello  del “Sentirsi malato”. Purtroppo in tal modo si arriva al paradosso di diagnosticare talvolta a distanza  uno stato morboso anche per via on-line senza conoscere  le caratteristiche personali di un paziente; infatti si prende in considerazione in questo caso  purtroppo soltanto il concetto dell’”essere malato”. Ciò  si verifica perché il medico si basa su standard e protocolli predefiniti elaborati secondo un metodo statistico da anonimi esperti; in sostanza manca una medicalizzazione personalizzata che tenga conto del perché dell’insorgenza di una malattia in un determinato individuo e in un determinato momento della sua vita,  trascurando il contributo che possono avere  le   sue emozioni, il suo stato d’animo, la sua vita familiare, le sue problematiche lavorative ed esistenziali  per giungere ad una accurata diagnosi, in breve non si pone la dovuta attenzione al suo stato di “Sentirsi malato”.

  Adottando da parte dei medici questo sistema comportamentale si raggiunge il solo  scopo curativo di attenuare i sintomi  senza  scoprire  l’origine profonda che possono avere gli stessi. Questi ultimi non sono altro che dei campanelli di allarme con i quali l’organismo cerca di richiamare l’attenzione del paziente e quindi del terapeuta, ma nei modelli curativi attuali non ci si preoccupa di scoprire da quali squilibri interiori  possono trarre origine.  Sarebbe auspicabile, quando  si è in presenza di  manifestazioni patologiche più o meno gravi,  che il medico mettesse da parte la fretta e adoperasse il suo istinto empatico al fine di   entrare nella storia intima  del paziente  per  comprendere fino in fondo il suo disagio e la vera origine  della malattia  che è in atto, come peraltro fanno con successo gli operatori della cosiddetta Medicina alternativa che tanta importanza danno al colloquio prolungato con il malato. Soltanto in questo modo si prenderebbe  in  considerazione lo stato psicofisico del “Sentirsi malato”  con risvolti positivi sull’esito dell’evento morboso.  Per la Medicina di oggi è augurabile un ritorno ai tempi passati quando la centralità dell’uomo assumeva un ruolo fondamentale nell’atto terapeutico. A tal proposito è necessario rispolverare l’imperativo Kantiano e cioè che: “L’uomo è sempre e solo fine e mai mezzo”. Solo in tal modo verrebbe salvaguardata la sua dignità. Di conseguenza la Medicina è tanto più umana quanto più  sa rispettare questa dignità dell’uomo sofferente che spesso si viene a trovare in situazioni  gravi ed umilianti. Non bisogna dimenticare che il male altera  in maniera sostanziale non soltanto  gli equilibri fondamentali della persona per quanto riguarda i  rapporti che esistono tra corpo, psiche e spirito, ma anche quelle relazioni con altre persone del suo ambito familiare, di lavoro, di studio. E’ importante sottolineare che trovandosi l’uomo in una situazione di precarietà e di fragilità, necessita da parte di chi  lo assiste l’obbligo di una attenzione particolare, di un servizio più amichevole e disinteressato, di un aiuto premuroso e concreto che possa accompagnarlo  fuori dal tunnel pericoloso in cui all’improvviso si è venuto a trovare. Quanto sopradetto potrebbe concretizzarsi con un ascolto più attento e meno frettoloso della storia che il malato propone, ascolto che ha tanto valore per una sanità più umana e  più efficiente. Perché l’uomo malato non è una macchina rotta che va riparata come potrebbe fare un meccanico;  al contrario possedendo una componente  interiore impalpabile ma reale fatta nel suo insieme:  di processi cognitivi,  di pensiero, di memoria, di sensibilità emozionale, tutti fattori che  influenzano grandemente l’evento morboso, necessita per il successo della cura  un intervento medico  che si prefigga  di scandagliare  queste sue prerogative  personali peraltro  estremamente importanti. In caso contrario la malattia si cronicizza e le ripetute e molteplici  somministrazioni farmaceutiche risulteranno la regola. Tutto ciò a scapito soprattutto del malato ed anche delle finanze pubbliche. Per  completare  l’approccio personalizzato alla malattia non può assolutamente mancare  la cosiddetta “Clinica” che si basa in particolare su una visita generale accurata. Il paziente ha bisogno di essere toccato, di essere auscultato, di essere esaminato a fondo prima di invitarlo a sottoporsi ad eventuali esami specifici. Quante volte abbiamo sentito dire da parte di alcuni malati:” Finalmente ho trovato un medico che mi ha fatto una bella visita”! Questa esclamazione è legata alla rarità dell’evento.

  Alcune  volte il malato uscendo da un ambulatorio, se ha ricevuto l’attenzione dovuta al suo caso clinico, si sente migliorato; è conscio che in questo caso la sua problematica è stata presa in considerazione come egli desiderava. Realmente si sono messi in moto degli stimoli  concreti che hanno ridotto il suo stato di stress sempre presente quando si è in preda ad uno stato di paura che quasi sempre accompagna la malattia. Non è augurabile per un medico non provare compassione per un malato e non condividere il suo stato di sofferenza. La freddezza emotiva non si addice ad un terapeuta; infatti da sempre è stata  l’Humanitas il tratto che ha caratterizzato la   figura del luminare e  del medico di base, portatore del sapere scientifico il primo e di conoscenze pratiche il secondo. Forse è difficile far rivivere in tutta la loro importanza queste figure, ma si impone parlarne per invogliare i futuri medici a prenderle ad esempio. Sono sempre più convinto che tale sentimento non si prende più in considerazione nella selezione della futura classe medica; infatti oggi quest’ultima, data per scontata l’assenza della meritocrazia,  viene scelta con un test di cultura generale spicciola escludendo di scoprire le vere motivazioni personali che dovrebbero spingere i  giovani ad intraprendere una professione altamente umanizzante nei confronti della società.  A tal proposito è  necessario tenere a mente che la Medicina non è sicuramente una scienza fatta di numeri e formule matematiche, ma al contrario è un’Arte (la Tècne  iatrikè degli antichi greci la cui traduzione indica  un tipo di attività artigianale che opera la sintesi tra scienza, tecnica e arte) che necessita sì di conoscenze scientifiche, ma che fondamentalmente si basa sull’umiltà e sul rispetto nel rapportarsi con la persona malata. E’ una professione esaltante, affascinante talvolta gratificante, ma anche impegnativa perché mette in campo nel suo svolgimento pratico l’istinto empatico (secondo me innato), lo studio, l’aggiornamento scientifico costante e il desiderio molto sentito di aiutare chi è in difficoltà. Secondo le mie convinzioni se mancano questi elementi si tradisce la Medicina  rendendola  impersonale e svuotata  dei principi per i quali è nata. Mi auguro che questa meravigliosa professione abbandoni la standardizzazione efficientistica aziendale il cui scopo  oggi è quello di  produrre anche utili  e risparmi, come la politica impone, ma  che talvolta rendono più difficile il percorso di guarigione di chi sta male;  e nello stesso tempo auspico che la stessa intraprenda un nuovo corso fondato su una maggiore personalizzazione e umanizzazione, da estendere anche ai luoghi di cura, a tal punto  da rendere meno difficile e complicato  il processo  curativo e la restituzione alla vita di quanti oggi si trovano a combattere  con un male che certo non hanno desiderato,ma che per sorte purtroppo  sono costretti ad affrontare.      

lunedì 22 aprile 2013

RIFLESSIONI DI’ UN CREDENTE SULLA GERARCHIA VATICANA DE DI OGGI

 In ogni epoca le problematiche e le contraddizioni  in seno alla chiesa cattolica sono nate soprattutto  a causa della coesistenza in essa di una religione quella cristiana, i cui fini da perseguire sono da sempre di tipo spirituale,  ed un microstato, la Città del Vaticano, con fini ed interessi terreni da raggiungere per mantenere un potere  politico-diplomatico sul piano internazionale. Non era sicuramente nei progetti  del Fondatore di questa religione che il suo Vicario in terra risultasse contemporaneamente un monarca, nella cui persona sono racchiusi tutti i poteri e le immunita’ di un capo di stato,  ed anche un Pastore supremo di anime da guidare  per un Regno che non è di questo mondo.
Nel corso dei secoli personaggi  illuminati e anime nobili,  uno  fra tanti Antonio Rosmini,  per decenni posto all’indice e successivamente beatificato, spesso hanno denunciato questa anomalia sostanziale  al fine di esortare la Chiesa ad abbandonare il perseguimento  dei beni terreni e le alleanze con i potenti di turno  per abbracciare la virtù fondante del cristianesimo e cioè l’umiltà; ma gli interessi per proteggere un ingente patrimonio materiale  hanno impedito tale realizzazione mettendo in atto, specie nel passato,  anche  guerre che  hanno creato inimicizie, lutti, vendette di cui anche la città di Perugia è stata testimone (vedi i moti insurrezionali  del 20 giugno del 1859  che hanno lasciato come eredità un ricordo infausto data l’inconciliabilità tra il sangue sparso soprattutto di innocenti (donne e bambini)  e di patrioti  e l’insegnamento di Cristo).
   Gli avvenimenti scandalistici  di questi  ultimi anni si ricollegano proprio alle decisioni e al comportamento  del  potere temporale  rappresentato da alcuni prelati curiali anche di spicco e spesso vicini agli  ultimi Papi,   i quali  attraverso manovre poco chiare, trasferimenti sospetti, raggiri finanziari per nulla cristallini, acquisto di immobili di altissimo valore a prezzi di favore,  accordi illegali e pericolosi con gente potente ed inaffidabile e  manovre di palazzo di infausta memoria hanno fatto scadere la moralità, la spiritualità  purtroppo anche  del credo  cristiano.  La pietra dello scandalo di questo comportamento  ambiguo  è stato negli anni lo I.O.R. (la banca vaticana) voluto da Pio XII con lo scopo iniziale di far fruttare i capitali che dovevano essere impiegati per la realizzazione delle cosiddette Opere di Religione, e poi sostenuto dai papi che a lui sono succeduti.  Purtroppo entrando nella morsa del potere finanziario, se non si è scaltri come i serpenti, si finisce per essere stritolati. Questa banca si è trasformata col tempo  in un gruppo di affaristi che nel nome del dio denaro ha permesso  fughe  massicce di  pacchetti azionari all’estero con la copertura dei cosiddetti poteri forti e di banchieri senza scrupoli al fine di evitare  il fisco italiano; la stessa banca si è resa responsabile anche di riciclaggio di denaro  dietro ricompense miliardarie per le sue casse ;  inoltre si è prestata, a scopo di lucro,  a svolgere un’attività illegale con l’accettazione di deposito di una maxi-tangente multi-miliardaria versata da Enimont  e  con il  successivo trasferimento illecito  su conti privati  in banche estere (ricavandone notevoli cifre per la mediazione prestata). Questi fatti sono stati riportati da una vasta letteratura  senza ombra di smentite ufficiali. (C. Augias, G. Nuzzi, S. Liviadotti).   Per questa attività assolutamente non trasparente rassomigliante più a quella di una banca Off-Shore nessun responsabile dello IOR  ha subito processi, perché i residenti della Città del Vaticano, per una legge concordataria, usufruiscono dell’immunità extra-territoriale. Al  massimo sono stati  sospesi dall’incarico  e trasferiti in altre sedi  meno compromettenti  ad attendere una serena vecchiaia.
La  cosa riprovevole è  che tutto ciò si è verificato all’ombra della Cupola di S. Pietro, luogo sacro per eccellenza, con il beneplacito di alcuni responsabili della gerarchia vaticana, che naturalmente hanno provato a negare ogni addebito, ma invano. Malgrado ciò  continuano a discettare dai loro scranni in tema di morale, di carità cristiana, di comunione dello Spirito, di rettitudine, di trasparenza.  Purtroppo le loro parole non sono  ammantate più  di verità come vorrebbe il loro ruolo e sicuramente non sono di buon esempio per  il popolo cristiano che prova smarrimento ed incertezza. Lo stesso Pontefice, da poco,  in un suo intervento ufficiale a tal proposito ha detto: “ Oggi non mi meraviglio perché molte persone non credono, al contrario mi meraviglio di quei cristiani che malgrado tutto rimangono nel seno della Chiesa”. Sono affermazioni che fanno riflettere e meditare a lungo per la loro gravità  e per la loro obbiettività.
  In tema di incoerenza della gerarchia riporto un esempio eclatante tra i tanti.  L’attuale  capo dei vescovi italiani, in tempi non sospetti,  riferendosi all’etica del cristiano affermò che era peccato grave per i fedeli non assolvere al pagamento delle tasse allo stato, molto giusto. Però dimenticava che il Vaticano non pagava da sempre l’ICI per gli immobili non facenti parte del culto (a causa di leggi permissive, giuridicamente  di ambigua  interpretazione); immobili che tra l’altro  producevano reddito.   E’ necessario sottolineare a questo proposito che una grossa fetta del  patrimonio immobiliare italiano appartiene alla Santa Sede e che una parte di esso è legata da sempre  a lasciti  di chi passa a miglior vita. Non sono inezie questi rilievi poiché   a causa della mancata riscossione di quanto dovuto  da parte del nostro  fisco    si son avute ripercussioni conseguenti, pesanti e negative  per noi contribuenti; ecco un esempio di come si può predicare bene ed agire nell’ombra in maniera poco chiara. La  Chiesa cattolica pur di incrementare i suoi introiti è scesa in campo anche quest’anno con  spot televisivi propagandando  oltre ogni  limite la sua carità  dimenticando che cristianamente bisogna sì fare il bene, ma  senza diffonderlo in ogni momento della giornata, anche perché  questa carità è frutto di una parte della nostra tassazione come contribuenti (l’8 per mille) che, bontà sua,  la Chiesa ne dispensa una quota  ai meno abbienti.  Per inciso sarebbe stato augurabile, per incrementare  questa carità,  che la Stessa avesse utilizzato una parte  della sua enorme  ricchezza  talvolta non legittima (ricavata anche dagli  scandali bancari) in favore di chi oggi soffre le pene dell’inferno sotto tende di fortuna (vedi i terremotati dell’Emilia) offrendo ad esempio alloggio sicuro mettendo a disposizione  molti istituti e conventi attualmente disabitati anche nella nostra regione. Questo sì che avrebbe  rappresentato un vero esempio di solidarietà e di vera carità cristiana! Le  visite  pastorali,  le omelie, la richiesta delle offerte durante la liturgia lasciano il tempo che trovano ai fini di contribuire in maniera concreta ad una risoluzione della grave problematica presentata oggi  dalle popolazioni emiliane.   
   Oltre che dal punto di vista strettamente economico-finanziario la gerarchia vaticana si è addossata in maniera del tutto incauta  gli effetti della questione morale a proposito del fenomeno diffuso della pedofilia  riguardante alcuni sacerdoti nel mondo.  Per commentare questo fatto mi aiuta  il Vangelo:”Per chi ha dato scandalo a piccoli innocenti sarebbe stato meglio per lui che si fosse legata una macina di mulino attorno al collo e si fosse gettato in fondo al mare”. A tal proposito un eminente porporato ( Angelo Sodano) cercò di sminuire il fenomeno della pedofilia definendolo un chiacchiericcio al quale non bisognava dare risalto e seguito. Qui la saccenteria e l’ipocrisia hanno  raggiunto un grado elevato. Al contrario l’iniziale silenzio ha permesso di non estirpare in tempo le radici velenose del problema; infatti per salvaguardare dei soggetti malati e non so se curabili, si sono prodotti danni di incalcolabile portata sulla salute spirituale , psicologica e fisica di migliaia di piccoli. La Chiesa adotta  una disciplina ferrea per certi comportamenti (ad esempio dei fedeli divorziati),  per altri prova a chiudere un occhio mostrando mitezza e comprensione fraterna.  Altro che mitezza, altro che trasferimenti in altra sede, erano necessarie  cure chirurgiche radicali!  Queste leggerezze  hanno creato sostanzialmente gravi danni alla Chiesa.  Perché per fare pulizia  si è dovuto attendere il 2010 anno  in cui  l’attuale Pontefice incominciò  a fare ufficiali denunce?  Si vuol far credere che, prima,  chi doveva non conoscesse   le   problematiche che si sono rivelate poi  tanto perniciose per le vittime ma anche per la stessa comunità cristiana. Una conclusione  non convincente. Ah  se il Pontefice fosse oggi  meno mite e più energico nell’allontanare  alcuni suoi collaboratori poco credibili  tralasciando  per una volta la prudenza,  la diplomazia, la signorilità!  
      Il Cardinale Carlo Maria Martini (ex capo della Diocesi di Milano), peraltro uno dei papabili all’ultimo conclave, così si esprimeva a proposito della Chiesa di Roma: “Mi sono sforzato di credere ad una chiesa diversa che procedeva per la sua strada in povertà e in umiltà, una chiesa libera da compromessi e dai legami con i poteri di questo mondo, una chiesa che dava spazio alle persone capaci di pensare in modo più aperto, una chiesa che sapeva incoraggiare i più fragili e i peccatori. Purtroppo deluso nelle mie aspettative non mi rimane che pregare per la Chiesa.
Facendo mie queste parole termino le mie considerazioni associandomi con convinzione alle riflessioni del Presule ambrosiano, sperando in un netto cambio di direzione da parte dei reggitori e dei responsabili   della  Chiesa di Roma (il potere e il denaro non vanno mai  a braccetto con Dio)  alla quale formulo il mio augurio per un futuro migliore dell’attuale a maggior gloria del suo Fondatore.




martedì 18 dicembre 2012

MALATI DI OBESITA': I RIMEDI CONTRO LA PANDEMIA

L’OBESITA’:  LA PANDEMIA  DEL  NUOVO  MILLENIO


L’obesità insieme al sovrappeso rappresentano, nel mondo occidentale, una patologia che per la sua frequenza e la sua diffusione può essere definita una pandemia che colpisce l’essere umano in ogni epoca della sua esistenza, anche in età pediatrica. Se non curata in tempo risulta estremamente grave sul piano prognostico perché, associandosi immancabilmente al diabete 2 dell’adulto,  può causare  a sua volta  gravi affezioni cardio-circolatorie come l’infarto, l’ictus cerebrale, l’ipertensione arteriosa,  l’ insufficienza renale, senza peraltro sottovalutare le ripercussioni psicologiche negative che può subire una persona a causa dell’eccessivo peso.
       Si stima che tale disordine metabolico in Italia interessa circa 10 milioni di persone. Un contributo alla sua insorgenza è sicuramente dato dal cambiamento radicale che ha subito l’alimentazione  negli ultimi decenni a causa di una raffinazione esagerata di alcuni nutrienti  di base da parte dell’industria. L’introduzione di un carico calorico eccessivo associato ad un consumo notevole di carboidrati ha reso possibile alcune alterazioni del nostro metabolismo che hanno portato a sovvertimenti ormonali a loro volta causa del sovrappeso.
       Questi carboidrati, una volta digeriti, passano nel sangue come  zuccheri che stimolano una ghiandola endocrina, il Pancreas, a produrre Insulina. Questo ormone ha la proprietà di legarsi a determinate strutture delle cellule, denominate Recettori Tessutali, che permettono la penetrazione dello zucchero nel loro interno. E’ interessante sottolineare che questi recettori, sono presenti su tutte le superfici cellulari, ma in particolar modo a livello delle fibre muscolari, nel fegato e nel tessuto adiposo. Quando lo zucchero presente nel sangue risulta elevato e si è in presenza di un ridotto numero di recettori tessutali, evenienza che spiegherò  più avanti, il pancreas per  reazione produrrà una maggiore quantità di insulina. Questo surplus non favorirà l’ingresso dello zucchero negli organi di deposito (muscoli e fegato), ma permetterà la sua penetrazione  nel tessuto adiposo che lo trasformerà in grasso. Quando l’insulina risulta biologicamente inefficace si è in presenza di una Resistenza Insulinica.  
      Pertanto un eccesso di insulina rappresenta il motore biochimico per l’instaurarsi di una eccedenza più o memo grave del peso corporeo.
   A prescindere dall’importanza del numero di questi recettori cellulari, il blocco funzionale dell’insulina può essere accentuato anche dalla riduzione del cosiddetto F.T.G. o fattore di tolleranza dello zucchero.
         Questa sostanza,  poco usata nel trattamento del diabete, formata da un micro-elemento denominato Cromo incorporato in una struttura organica, non è un sostitutivo dell’insulina, ma quest’ultima risulta  inefficace in sua assenza .
         In molti soggetti  mancando il cromo si può instaurare una forma frequente di diabete 2 e cioè il tipo insulino-indipendente  associato ad un eccesso di peso corporeo. Poiché tale elemento è presente negli alimenti integrali è consigliabile un loro uso quotidiano.
          A questo punto ci si può chiedere perché, pur mangiando la stessa quantità di carboidrati, alcune persone rimangono magre ed altre possono incrementare il loro peso? La spiegazione è semplice.
Un soggetto che ha uno sviluppo muscolare adeguato, perché conduce una vita attiva, possiede a livello muscolare molti Recettori cellulari che possono captare l’insulina e quindi permettere allo zucchero introdotto con l’alimentazione di depositarsi all’interno delle cellule muscolari  e del fegato come glicogeno o zucchero di riserva pronto per essere utilizzato. Al contrario in un soggetto con un apparato muscolare atonico (a causa della sua sedentarietà), e quindi scarsamente dotato di recettori dell’insulina, lo zucchero presente nel sangue sarà dirottato all’interno del tessuto adiposo le cui cellule lo trasformeranno in grasso. Si evince pertanto che l’ingresso dello zucchero nelle cellule muscolari è direttamente proporzionale allo stato trofico dei muscoli.
        Quindi risulta evidente che per evitare alti livelli di insulina è fondamentale la pratica dell’esercizio fisico o quanto meno l’adozione di uno stile di vita più attivo (scarso utilizzo dell’auto, uso limitato dell’ascensore e delle scale mobili, meno ore davanti alla TV e al computer). Alcuni studi  permettono di affermare che, anche in presenza di un aumento esagerato di insulina , l’esercizio fisico favorisce l’utilizzo dei grassi di deposito e quindi la riduzione di peso.
In definitiva l’attività fisica regolare incrementa il numero e l’efficienza dei cosiddetti recettori tissutali dell’insulina e di conseguenza migliora l’azione biologica di questo ormone impedendo dei picchi elevati della glicemia e quindi il diabete e l’obesità. In tal modo si ha un aumento della massa muscolare e una riduzione della massa grassa, ciò si traduce in un maggior equilibrio metabolico dell’organismo. Affinche’ l’esercizio fisico possa fornire tali effetti deve essere praticato per almeno un’ora più volte alla settimana. E’ stato dimostrato, da studi compiuti in Svezia, che una tale frequenza fa aumentare una sostanza chiamata Lipasi sensitiva che svolge una funzione di “Brucia Grassi” per circa 12 ore dal termine dell’attività fisica. Un’altra prerogativa è che durante lo sforzo la frequenza cardiaca non superi i 140 battiti al minuto senza eccessiva difficoltà respiratoria; in poche parole deve svolgersi in aerobiosi. In conclusione l’esercizio non deve trasformarsi in una performance di tipo competitivo, pena la riduzione dei benefici sopraelencati.
Tutti gli studi sull’argomento confermano  che ciò che distingue le persone magre è l’abitudine a camminare; infatti quelle  snelle percorrono ogni giorno alcuni chilometri, mentre quelle obese generalmente percorrono soltanto poche centinaia di metri.
A questo punto, per meglio comprendere l’insorgenza dell’obesità, vorrei sottolineare che il nostro tessuto adiposo viscerale a localizzazione addominale volgarmente detto “Pancia” non svolge soltanto  una funzione  di deposito, ma al contrario rappresenta un organo ormonale attivo a tutti gli effetti che reagisce al suo incremento volumetrico. In che maniera? Producendo appunto degli ormoni regolatori; i più conosciuti e studiati sono chiamati Leptina e Adiponectina.
        Il primo viene prodotto dalle cellule adipose quando incomincia ad aumentare il loro contenuto di grassi; tale ormone comunica al cervello che i depositi sono pieni; come reazione  il centro della fame  riduce l’appetito. In questo modo si blocca l’ulteriore accumulo.
   Purtroppo in alcuni soggetti questo meccanismo di regolazione è ridotto per la presenza di una resistenza congenita o acquisita all’azione della Leptina. In questo modo si può spiegare l’insuccesso di un trattamento dietetico inizialmente normocalorico.  Il secondo ormone  e cioè l’Adiponectina, induce  un maggiore  effetto lipolitico (Sciogligrassi) a carico dei depositi  soprattutto durante l’attività fisica migliorando nel contempo l’azione dell’insulina. Si può definire pertanto un acceleratore del “ dimagramento a cascata”.
E’ possibile diagnosticare correttamente uno stato di sovrappeso?
           Sul piano clinico esiste un segno obiettivabile e cioè la circonferenza del girovita; questo dato nell’uomo in sovrappeso deve superare i 98 centimetri, nella donna 88 centimetri.
   Poiché la chiave di volta di questa patologia è l’eccesso di insulina, dal punto di vista laboratoristico risulta  importante la valutazione  dell’insulina a digiuno che deve essere superiore a 10 mcg/ml, associata ad una glicemia superiore a 100mg%.
Un altro dato per valutare indirettamente  l’iper-insulinemia a digiuno è il rapporto tra Trigliceridi e HDL (la frazione del colesterolo cosiddetto buono) che nel soggetto in sovrappeso deve essere superiore a 2. La validità di questo esame è giustificato  dal fatto che un’ insulinemia elevata incrementa la quantità dei trigliceridi e la quantità di colesterolo prodotta dal fegato. Per inciso, a conferma di ciò, Barry Sears studioso della  cosiddetta “ Dieta a Zona”, dopo numerosi studi è arrivato alla conclusione che  un soggetto gode ottima salute, almeno sul piano dell’equilibrio metabolico, quando questo rapporto non supera il valore di 2.
     Quali sono i cibi che innescano il meccanismo che porta al sovrappeso?
Senza dubbio i cibi raffinati(non integrali) ad alto indice glicemico (zucchero facilmente assorbibile) e con alto indice insulinico (produzione esagerata di insulina) e cioè i prodotti derivati dalla farina bianca e dallo zucchero bianco (vedi : merendine varie, barrette di cioccolato, dolciumi di tutti i tipi, spuntini vari, bevande ipercaloriche che vanno sotto il nome di “soft drink” tanto propagandate dai Media radio-televisivi  nelle ore di massimo ascolto!). Anche l’assunzione di poche fibre con la dieta accentua il meccanismo di assorbimento degli zuccheri. Inoltre è imperativa la riduzione , perché rendono l’insulina meno efficace, dei grassi saturi (burro, margarina, carni rosse, oli idrogenati), presenti soprattutto nei cosiddetti “cibi spazzatura” venduti in alcuni noti fast-food (frequentati purtroppo anche dai bambini).
   Al contrario i cibi che ostacolano l’obesità sono: i carboidrati complessi, i cereali integrali, i legumi, le verdure, la frutta, i grassi vegetali, l’olio di oliva, i semi di soia ,di lino ,di girasole(ricchi di acidi grassi essenziali, utili per le funzioni delle strutture cellulari), la frutta secca, piccole quantità di carne bianca povera in grassi saturi (tacchino, pollo,  coniglio). Sostanzialmente una dieta vegetariana con qualche piccola eccezione….
     Dal punto di vista quantitativo il numero delle calorie, per prevenire un sovrappeso, dovrebbero attestarsi nelle persone giovani (dopo i 20 anni) tra 1000 e 1500 a seconda delle loro attività fisiche, tra i meno giovani tra 1400 e 1800, tra le persone della terza età intorno a 1200.
  Escludendo le persone che svolgono un’attività fisica ed un lavoro pesante, un  aumento di queste quantità caloriche  purtroppo rappresenta una causa certa di sovrappeso.
    Da quanto esposto si può capire perché anche una dieta corretta, può fallire l’obiettivo di ridurre il peso. Per ottenere dei risultati deve conformarsi alle leggi codificate della fisiologia umana in tema di alimentazione in associazione ad uno stile di vita salutare. Non si deve dare la preferenza  soltanto ad un nutrimento, trascurando gli altri perché l’insuccesso e le complicanze sono assicurate( vedi la dieta iperproteica). Al contrario deve essere armonizzata e possibilmente formata da cibi  naturali. Il segreto è saperli miscelare tenendo conto delle caratteristiche psicofisiche del paziente, del suo tipo di lavoro,del suo grado di sovrappeso, della sua età.
Comunque la formula migliore  che si può suggerire è la seguente: Riduzione complessiva delle calorie introdotte rispettando le proporzioni: 40% di calorie sotto forma di carboidrati, 30% sotto forma di grassi possibilmente insaturi, 30%  sotto forma di proteine, senza trascurare l’importanza degli oligoelementi quali: Zinco, Cromo, Magnesio che rendono più fisiologica e più efficace  l’azione dell’insulina.
E’ fondamentale abbinare alla dieta il movimento regolare,  non intenso e perché no piacevole e divertente (come può essere ad esempio anche la pratica del ballo) che agisce come regolatore dei nostri ormoni e soprattutto come mezzo per eliminare dal nostro organismo le calorie in eccesso che spesso imprigionano il nostro corpo in una gabbia di chili di troppo che non ci permettono di essere liberi e sani come la nostra natura reclama.  

I FUNGHI CROCE E DELIZIA DELLA NOSTRA ALIMENTAZUìIONE

I  FUNGHI CROCE E DELIZIA DELLA NOSTRA ALIMENTAZIONE

Le notizie diffuse dai media in questi ultimi giorni e cioè la morte di tre componenti di una famiglia residente a Cecina (Pisa), di altri due coniugi originari della Lomellina (Pavia) in condizioni disperate in attesa di trapianto epatico e l’effettuazione di due trapianti di fegato a Milano e a Bergamo quest’ultimo su un bambino di due anni colpiti da gravi epatiti fulminanti scatenate dall’ingestione improvvida di funghi velenosi, ha destato in me una particolare impressione tale da spingermi a delineare la problematica sulla pericolosità concreta dell’uso di alcuni tipi di questo alimento, pericolosità peraltro un po’ trascurata almeno sul piano divulgativo e che soltanto in alcuni periodi  dell’anno si attualizza fornendo notizie tragiche che una conoscenza appropriata del problema potrebbe scongiurare. Dagli accadimenti di questi ultimi giorni si conferma l’assioma che di funghi si muore oggi come in passato.
   Tali frutti che la natura ci mette a disposizione sono organismi vegetali atipici che crescono in centinaia di forme e colori e che generano un equilibrio ecologico fondamentale per i nostri boschi.
   La raccolta dei funghi, per molti appassionati, rappresenta una specie di sport che dovrebbe  permettere di far festa dopo una loro adeguata  preparazione culinaria; purtroppo non è sempre così perché  alcuni tipi sono commestibili, mentre altri sono velenosi anche in  piccole quantità  specialmente in  età pediatrica, per inciso ai bambini dovrebbero essere proibiti anche quelli commestibili.
Ecco l’importanza di far selezionare ciò che si raccoglie, indiscriminatamente, da persone esperte nella figura di un Micologo che molte ASL in tutta Italia mettono a disposizione; infatti fidarsi delle proprie certezze conoscitive può costare molto caro per quanto riguarda la nostra vita.
Per rendere l’argomento più  chiaro trovo utile suddividere i vari tipi di funghi in tre classi: I funghi commestibili,  i funghi velenosi e i funghi mortali. I secondi quasi  sempre  causano disturbi subito dopo l’ingestione   (breve periodo  di latenza),  quelli mortali  scatenano sintomi dopo 6  e fino a 36-48 ore   (lungo periodo di latenza).  Generalmente quelli a breve latenza  sono i meno pericolosi perché le loro tossine non sono troppo virulente soprattutto se è possibile mettere in atto dei presidi terapeutici come la lavanda gastrica, la somministrazione di carbone vegetale che rende inefficiente la tossina e l’infusione di una notevole quantità di liquidi appropriati per alcuni giorni. Al contrario quelli mortali a lunga latenza (Amanita Phalloides, Amanita Verna, Amanita Virosa e Cortinarius Orellanus)   sono dotati  di sostanze tossiche pericolose in quanto hanno un potere distruttivo su organi vitali come il fegato ( i primi tre) e il rene (il quarto) (con perdita definitiva della funzione renale a lunga distanza  dall’ingestione).  Il ritardo della loro  manifestazione sintomatologica  fa sì che gli interventi curativi si  mettono  in atto quando ormai i principi tossici hanno invaso l’organismo e il materiale ingerito è stato assimilato. Quando le tossine hanno completato i danni sugli organi bersaglio l’exitus  purtroppo è la regola a meno che non si abbia la fortuna di avere la disponibilità di un organo compatibile da trapiantare. Ecco l’importanza della tempestività delle cure mediche!
Mi preme sottolineare che per tutti i funghi velenosi sia quelli a breve latenza sia quelli a lunga latenza i sintomi iniziali sono quasi sempre a carico dell’apparato gastro-enterico (nausea, vomito, diarrea, dolori addominali, sete intensa, iper-salivazione). In questa fase il ricovero deve essere immediato. I presidi terapeutici inizialmente sono i medesimi.
    Nel caso di una intossicazione da funghi a breve latenza la guarigione è quasi la regola,  nel caso di quelli a lunga latenza divenendo più preoccupanti e impegnativi i segni clinici l’intervento medico deve essere più intensivo e più invasivo per cercare di ridurre la  prognosi infausta.
E’ necessario,  qualora fosse possibile,  ricercare con l’aiuto del laboratorio (con il metodo Elisa) la presenza della tossina specifica (l’Amanitina o l’Orellina)  esaminando un piccolo campione di urine prima dell’inizio di qualsiasi trattamento; la positività di tale test permette al medico di adeguare la terapia al caso in questione   come ad esempio  l’utilizzazione di un mezzo terapeutico sofisticato come ad esempio il  M.A.R.S.  più semplicemente detto “Fegato Artificiale” che ha la capacità di rimuovere sostanze tossiche in un fegato in tilt in attesa di una ripresa di funzione o di un trapianto,   senza peraltro  tralasciare l’infusione di grandi quantità di liquidi appropriati in associazione ai mezzi terapeutici basilari sopracitati per l’eliminazione del cibo tossico.
     In questo tipo di intossicazione sarebbe importante avere anche  a disposizione un antidoto specifico per contrastare l’azione della tossina in questione.
Consultando soprattutto la letteratura tedesca a tal proposito ho avuto modo di scoprire che i presidi d’urgenza di medicina intensiva degli ospedali tedeschi hanno in dotazione una sostanza ricavata da una pianta millenaria  il “Cardo Mariano” denominata Silimarina anti-epatotossico per eccellenza (il cui nome commerciale è “Legalon”)  che iniettata precocemente  per via endovenosa in dosi prestabilite in base al peso del paziente e per la durata di 3-4 giorni, riduce di molto la mortalità. Secondo il sito tedesco “aponet.de” nell’intossicazione più grave da “amanita falloides,  se  trattata con Silimarina, la mortalità si riduce dal 30% a meno del 10%. Il meccanismo di azione, verificato anche sperimentalmente, dà luogo ad un blocco a livello di  particolari recettori della tossina presenti sulle membrane delle cellule epatiche impedendone l’ingresso e quindi i danni relativi (Hichino H. e coll.: Planta Medica, 248-250, 1984;  Albrecht M., Frerick H.: Z. Klin. Med.47, 87-92, 1992).
Questa sostanza svolge inoltre una notevole azione antiossidante,  dieci volte superiore a quella offerta dalla vitamina E, molto utile per ridurre il danno dell’organo interessato, associata ad un incremento della sintesi proteica fondamentale per la ricostituzione del patrimonio cellulare epatico.
  Ho chiesto ai responsabili di alcuni presidi ospedalieri d’urgenza italiani se utilizzavano  la Silimarina in casi di intossicazione da funghi,  la risposta è stata negativa perché non conoscendola  non avevano alcuna esperienza nel merito. La proposta terapeutica offerta dai medici rianimatori tedeschi, data l’efficacia e l’assenza di pericolosi effetti collaterali,  dovrebbe essere accolta  dai colleghi italiani anche perché non si hanno altri antidoti sicuri a disposizione.
  Poiché, come si è visto,  le terapie messe in atto a tutt’oggi risultano efficaci ma non sempre, le armi  vincenti  come in altre patologie rimangono  la prevenzione e la precocità dell’intervento medico.
A tal proposito bisogna considerare i funghi frequenti “mine anti-uomo”   e di conseguenza evitare a tutti i costi il comportamento “fai da te” di fronte ad una ricca raccolta degli stessi (in due città come Empoli e Varese si sono verificati nelle ultime settimane complessivamente 100 casi di avvelenamenti per fortuna non mortali) ; pertanto  è necessaria una corretta valutazione di un esperto prima di accingersi a degustarli. Se dopo un lauto pranzo ci fosse  il sospetto  di aver ingerito materiale fungino anche in piccola quantità e dovessero comparire sintomi acuti digestivi è fondamentale consultare un Pronto Soccorso portando con sé , quando è possibile, un residuo del cibo sospetto per eliminare il dubbio sulla  sua natura  con l’aiuto  di un micologo  disponibile  per iniziare eventualmente  un trattamento adeguato senza ritardi ed incertezze, perché il successo della cura  sta  nella sua precocità.
  Da quanto sopradetto  risulta auspicabile che l’adozione di adeguati percorsi conoscitivi,  comportamentali e preventivi per quanto riguarda l’uso dei funghi a tavola   possa allontanare lo spettro dei gravi rischi a cui si può andare incontro e nello stesso tempo lasciare intatto il piacere di degustarli con serenità  come cibo conviviale per eccellenza.